Il giornalismo on line vince il Pulitzer, ma c’è chi decreta già la sua morte

Era già accaduto nel 2010 che il Premio Pulitzer si accorgesse del web. Allora aveva premiato ProPublica, un sito specializzato in inchieste su temi di interesse pubblico, per il lavoro della dottoressa, nonché giornalista, Sheri Fink sul trattamento riservato ai malati negli ospedali dopo il passaggio dell’uragano Katrina.
E se allora poteva sembrare quasi una forzatura imposta dalla mitica avanzata di Internet, quest’anno la giuria, selezionata dalla scuola di giornalismo della Columbia University di New York, ha confermato il trend ed ha assegnato l’Oscar della carta stampata a due prodotti della rete.

Immagine Huffinghton PostIl primo, nella sezione national reporting, è andato all’ Huffington Post, il blog fondato nel 2005 da Arianna Huffington e divenuto in poco tempo una delle realtà più interessanti nel panorama del giornalismo on line. Beyond the Battlefield, l’inchiesta in dieci episodi realizzata dall’inviato di guerra David Wood, ha toccato le corde più sensibili dell’America raccontando il ritorno alla quotidianità di alcuni veterani gravemente menomati dalle guerre in Afghanistan e in Iraq. L’Huffington Post, già replicato con un’edizione canadese, una francese e una britannica, viene annunciato come un’imminente realtà anche nel panorama italiano.

Matt WuerkerL’altro premio, nella categoria editorial cartooning, è andato ai disegni satirici sulla politica e sulla società americana creati dal vignettista Matt Wuerker di Politico.com, un altro quotidiano molto conosciuto nella versione web.

L’affermazione dei prodotti on line pare indicare la strada che le attività di comunicazione e di informazione devono essere pronte a intraprendere nei prossimi anni, una strada che dovrà essere percorsa lungo tre grandi direttrici: libertà, partecipazione e diffusione sociale. Senza dimenticare un’altra costante del web: l’ironia, che il Premio Pulitzer ha indicato proprio premiando il vignettista satirico.
«Il mondo – come ha avuto modo di osservare Reider, direttore dell’American Journalism Review – è cambiato notevolmente e ci sono molti interessanti sviluppi con le notizie digitali» che spostano il focus incentrato finora esclusivamente sulla carta stampata.
Anche il New York Times ha dato peso alla notizia ammettendo: «La più grande sorpresa quest’anno è arrivata dai nuovi media».

Ma dal Festival Internazionale del Giornalismo 2012, concluso in questi giorni a Perugia, emerge anche un’altra voce: quella disincantata di Beppe Severgnini. Intervistato sull’argomento, il noto opinionista ha provocatoriamente proposto un possibile tema di discussione per il prossimo anno: «Il giornalismo on line è morto».
Severgnini sostiene che la modalità on line non sia altro che uno dei canali attraverso i quali si esprime il giornalismo, nient’altro che «una modulazione di frequenza», un altro tra i numerosi torrenti e rigagnoli che compongono l’informazione giornalistica. E poco importa se una notizia viene raccolta dalla carta stampata, da un IPad, da un IPhone o da un computer, quello che davvero interessa capire è: qual è il nuovo modello di business, o meglio ancora, «come ci facciamo pagare?».
Il problema al centro del dibattito, dunque, non è più con quale tipo di canale viene veicolato e trasmesso il messaggio giornalistico, perché ormai questi strumenti possono vantare tutti una loro peculiarità, possono pretendere spazi adeguati, premi e riconoscimenti di autorevolezza. Il vero quesito, come ha spiegato Severgnini, è di tipo industriale: come pagare il lavoro giornalistico. E i numeri sembrano dargli ragione.

Secondo una ricerca pubblicata sul sito Reuters Institute for the Study of Jurnalism, condotta da Nicola Bruno e da Rasmus Kleis Nielsen, la sopravvivenza del giornalismo on line in Europa è già di per sé un successo. L’analisi di “Survival is Success: journalistic online start-ups in Western Europe”, su nove casi di studio in Germania, Francia e Italia, ha fatto emergere due elementi che caratterizzano le start-up europee. Innanzitutto, il nuovo panorama continua a essere nelle mani delle organizzazioni tradizionali dei media che mantengono la forza dei loro brand, la ricchezza delle redazioni e l’originalità dei contenuti. Inoltre, il mercato pubblicitario on line è dominato da pochi, ma grandi operatori e, anche se in crescita, appare ancora piuttosto insufficiente.
Per quanto riguarda la realtà italiana, che è stata analizzata osservando Il Post, Linkiesta e Lettera43, la ricerca ha messo in luce una certa dimestichezza nell’impiego dei nuovi formati per il web, spinte innovative che però non sono state riscontrate anche nei contenuti dei reportage, nello stile dei giornalisti, nel modello di business. Il giornalismo italiano risulta ancora intriso di partigianeria, di commenti e di analisi che non lasciano spazio alle notizie di reporter e alle inchieste giornalistiche, con un modello commerciale poco chiaro e legato a interessi esterni. Le nuove tecnologie sono sembrate ad alcuni giornalisti nostrani un’opportunità per rompere con il passato, ma questo passo non è ancora avvenuto.
Più in generale, i soggetti osservati  in Europa dalla ricerca non sono entrati in una reale competizione con i media tradizionali e, nella maggior parte dei casi, stanno ancora rielaborando il modello giornalistico basato sull’introito pubblicitario e orientato a una platea generalista. Sono realtà che stanno vivendo sul web tenendo i costi sotto controllo, diversificando le entrate oltre il mercato pubblicitario e rivolgendosi a nicchie di audience piuttosto circoscritte. Cioè sopravvivono.

Probabilmente, sarebbe necessario andare oltre l’imitazione di modelli di business già provati, come ha sottolineato anche Severgnini, modelli che non hanno saputo ancora dare risposte significative, né in America, né altrove. «Il giornalismo on line è morto», ha sentenziato al Festival di Perugia. Anzi, si potrebbe aggiungere, non è mai nato davvero.

 

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